gennaio 26th, 2010

Ho appena finito di leggere il primo libro di Liliana Arena intitolato “l’oceano del mio IO“. Si tratta di una silloge contenente 61 poesie autobiografiche nelle quali la scrittrice mette a nudo il suo difficile percorso esistenziale visto come un tortuoso cammino irto di spine e “rocce taglienti come lame affilate” nella lenta ricerca della liberazione dalle sue ipocondriache sofferenze.

Dedico il mio vissuto a coloro che hanno smesso di credere in se stessi, a dimostrazione del fatto che non bisogna arrendersi mai e proseguire il viaggio, perché esiste una via d’uscita e io l’ho trovata. 

Leggendo il libro, pur fatto di poesie, si ha l’impressione di attraversare una storia, un collage fatto di momenti e appunti d’autoanalisi, uno spaccato di vita che, partendo da una situazione di silente melanconia, solitudine e frustrazione, ci porta per le aspre vie dell’insoddisfazione, della vana ricerca di qualcuno con cui condividere il proprio male, arrendendosi a se stessi, tentando di lottare, cadere, rialzarsi e poi lasciarsi andare. L’isolamento, il rifiuto della società e i suoi schemi, non è sempre lucido e voluto, ma il frutto di una malattia che inevitabilmente porta all’emarginazione, all’esilio interiore, un esilio che viene in fin dei conti accettato, se questo può evitare di dissolversi nell’omologazione che fa sembrare tutti così sani, ma così vuoti.
Le poesie di Liliana sono amare, crudeli, talvolta pacate e rassegnate, scritte col fil di voce di chi ha appena finito di piangere, oppure gridate fino a tossire in un turbine di follia.
Andando avanti con la lettura, si assiste poi a una lenta metamorfosi, dove la crisalide matura e prende coscienza di sé; a quel punto Liliana vuole emergere in superficie, per respirare, per vedere e vivere veramente; interroga se stessa “stuprando la sua mente provocandosi ferite”, gli errori e le false convinzioni, il male auto inflitto con troppa violenza, un male che verrà comunque perdonato. L’oceano si apre, l’anima ne fuoriesce integra, le acque si appianano finalmente e la vera vita inizia a scorrere assieme all’autrice, rendendola partecipe e senziente, “bussola di se stessa”.
Prima ero alla finestra
ora sono sulla strada.

Per saperne di più, consultate questo link: Parole in fuga.

Mentre il sito della scrittrice è il seguente: Liliana Arena.

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gennaio 25th, 2010

salviamolapoesiaEcco un’iniziativa sfiziosa pervenutami direttamente dal portale Isola della Poesia all’interno del quale tento di dare una mano come sostenitore. Il blog vero e proprio è il seguente: http://salviamolapoesia.splinder.com/ ed è stato messo in piedi da un gruppo di ragazzi appassionati di poesia, i quali davvero non ci stanno a gettare la spugna di fronte a questo muro di gomma che sta divenendo il mondo editoriale nei confronti di questa forma d’arte grazie alla quale è possibile mettere a nudo il nostro animo e i nostri pensieri, altrimenti ignoti e insondabili.

Ma lascio la parola all’Isola della Poesia che così ci presenta il blog:

Salviamo la poesia è la nuova iniziativa del nostro portale, per supportare i poeti e soprattutto la poesia. Al giorno d’oggi, la poesia è bistrattata, messa da parte e considerata una cosa da bambini immaturi.
I distributori nazionali, così come le case editrici (non tutte), snobbano questo genere letterario, anche perchè si tratta di un genere che purtroppo non vende. Il motivo è che nessuno si avvicina veramente alla poesia acquistando libri di poeti: tutti vogliono pubblicare poesie ma pochi ne comprano. Ma che razza di poeta è quello che non legge libri di poesia?
Per tentare di risollevare la situazione e diffondere una cultura poetica nel nostro Paese, è stato creato uno spazio apposta, raggiungibile dal seguente link:
Blog poetico

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gennaio 25th, 2010

Luca Baccari, il webmaster del già citato sito letterario Isola della Poesia, dopo anni di esperienza sul campo, ha voluto condividere e mettere a disposizione di tutti alcune delle sue preziose conoscenze, condensandole in questo manuale, intitolato “Manuale di sopravvivenza per Webmaster”.
Si inizia spiegando tutti i possibili rapporti con gli utenti, le case editrici e i collaboratori, consigli pratici sulla realizzazione, pubblicazione e monitoraggio del proprio sito, per poi finire in bellezza con una fornita raccolta di scempiaggini piovute senza ritegno sulla casella di posta elettronica del malcapitato Luca.
Si passa poi a una serie di consigli tecnici dove non si scende mai troppo nel dettaglio (anche perché altrimenti ci vorrebbe un manuale per ogni argomento trattato), ma vengono comunque presentate valide strade per imboccare bene il percorso qualora si voglia mettere in piedi e gestire un sito letterario che funzioni. Interessanti soprattutto le proposte riguardanti i servizi di statistiche e l’indicizzazione sui motori di ricerca, strumenti indispensabili per comprendere chi e come raggiunge il nostro sito e per ampliare la rosa di utenti che seguono i nostri articoli.
Infine si conclude in bellezza, ovvero con l’ultima parte intitolata  “Ai confini della realtà“, assolutamente consigliata qualora vi sentiste tristi e aveste voglia di farvi quattro risate. Il titolo è più che azzeccato, poiché qui ci si rende davvero conto di quanto stupide e inappropriate possano risultare le richieste degli utenti balordi che vengono a bussare alla porta del webmaster. Per non parlare poi del bestiario, ovvero l’elencazione dei più temibili e spaventosi naviganti con cui potreste avere la sventura di venire a contatto.
Tra le richieste assurde, vi riporto quella che, secondo me, rappresenta la più divertente:
“Buongiorno, desidero scrivere un libro insieme alla mia fidanzata, che presto sposerò, ma avrei bisogno di un consiglio urgente. Il libro lo vorremo scriverlo insieme intrecciando le nostre vite e storie, ma come si fa? Grazie in anticipo per l’attenzione e buon lavoro!”

Dalla lettura del manuale traspare innanzi tutto l’esperienza consolidata e la professionalità dell’autore, tutt’altro che improvvisata.

Attenzione: non si tratta di un libro da acquistare in libreria, ma di un pratico e-book da poter liberamente scaricare seguendo questo link.

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gennaio 21st, 2010

Cari amici, se tra voi si nasconde qualche anima poetica, potrete cimentarvi in questo concorso gratuito per poesie dedicato a Maria Bolognesi.

Potete trovare tutte le informazioni sulla vita di Maria Bolognesi al seguente indirizzo: www.mariabolognesi.it, mentre per quanto riguarda il bando del concorso, lo riporto fedelmente per intero sul presente articolo. Buon concorso a tutti. Segue bando.

UNA POESIA PER MARIA BOLOGNESI

Scadenza 10 febbraio 2010
gratuito
pubblicazione in “Finestre Aperte”
con premiazione pubblica
raccolta antologica delle migliori 30 poesie

 In occasione del 30° anniversario della Nascita al Cielo della Serva di Dio il tema dell’iniziativa poetica e gratuita promossa dalla rubrica “Sulle ali della Poesia” del trimestrale “Finestre Aperte” è:

UNA POESIA PER MARIA BOLOGNESI.

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gennaio 20th, 2010

Nel mio cuore si schiudono fiori
e commosso stendo il viso, ad occhi chiusi
ogni volta che il vento
mi riporta il tuo profumo speziato
dalle terre remote ove respiri
e scherzi con il sole
da cui per prima sei baciata.

Seguo dunque l’orizzonte
fin dove potrà giungere lo sguardo
ma tu sarai al di là, sempre al di là
delle montagne e dei mari
e non avrò che sogni da crescere e accudire
affinché tu non mi colga a mani vuote
quando deciderai di tornare ad accarezzarmi.

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gennaio 14th, 2010

Nell’anno del Signore 1766 si manifesta una bestia feroce, una creatura diabolica, o il diavolo in persona (nessuno saprebbe dirlo con precisione), che si aggira per le piovose campagne francesi del Gévaudan e miete vittime in gran numero. Donne, ragazze, contadini, trucidati senza un apparente motivo. Il naturalista Thomas d’Apcher e il suo amico pellerossa Mani verranno inviati appositamente da Parigi per studiare il caso da vicino e tentare di acciuffare la bestia. Riusciranno i nostri eroi? Lo scoprirete solo leggendo.
Avevo già visto il film, alcuni anni fa, mentre solo ora mi è capitato di imbattermi nel libro. Ho fatto qualche breve ricerca e a quanto pare questa volta, a differenza di
come accade nella norma, è nato prima il film (nella sceneggiatura di Stèpane Cabel) e poi il bellissimo libro di Pierre Pelot. Il Patto dei Lupi.

Sulle vibranti foreste di settembre e sulle lande arse da tre mesi di siccità e screpolate dai solchi dei ruscelli in secca, scrosciavano impetuose le prime piogge, una cascata blu cobalto che trafiggeva ululando la fitta coltre di nebbia. Secondo la gente che vive sotto il cielo di questo paese di pietre assetate basterebbero due stagioni per superare l’anno: nove mesi d’inverno e tre mesi d’inferno. L’ardore infuocato dell’inferno andava spegnendosi.

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gennaio 8th, 2010

More about Il banchiere anarchicoCosa vuole trasmetterci lo scrittore portoghese Fernando Pessoa in questo racconto, che poi di fatto assomiglia molto di più a un piccolo saggio?
Diciamo intanto che un banchiere, signore distinto, con giacca, panciotto e sigaro in mano, la cui vivezza è spesso costretto a rinnovare con l’accensione di un nuovo fiammifero, dopo una cena di cui niente sappiamo, ha piacere di intrattenersi per qualche minuto a chiacchierare con un interlocutore (di cui, anche qui, nulla si sa). L’interlocutore altro non è che la classica “spalla”, ovvero colui che ha l’ingrato compito di attizzare di tanto in tanto il fuoco della conversazione, con domande, brevi osservazioni e timide obiezioni, così come l’altro, dissertando sulle sue ragioni, si adopera nell’infiammare la capocchia del sigaro.
Un banchiere anarchico. Già nel titolo è evidente quanta contraddizione possa essere contenuta nelle pagine che seguiranno. Come può un banchiere, simbolo per eccellenza del capitalismo, del potere, del “sistema”, essere anarchico, ovvero sovversivo, sobillatore, terrorista pronto a minare il sistema alla sua base con lo scopo di raderlo al suolo?

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gennaio 1st, 2010

Non hai corpo, né forma
ma sei bella
quando ti stendi, come velo diafano
a offuscare senza disparità
le meraviglie del mondo
come pure le sue brutture.

Fedele compagna
di chi ha fantasia, dei sognatori
che non imprecano perché li fai tardare
ma a te sospirano
poiché trasformi la città
nella Parigi o nella Londra in cui non sono mai stati.

M’è duro sforzarmi
di pensare che non sei che goccioline d’acqua
che posso respirare ma non bere
e non etereo spirito celeste
che muove il mio cuore avvinto
libero di amarti senza commettere peccato.

Vorrei abbracciarti, farti mia
almeno per un istante, ma mi scappi.
Ti seguirei fedele, per boschi e sorgenti
dove rinasci pura
senza che uomo t’abbia ancora deturpato
con la sua innata cattiveria e le prodezze della modernità.

In te rivivo
le mie solitarie passeggiate di bambino
e rinnovo i miei deliri d’adulto
nell’attesa
di far parte di te, nell’altra vita.

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dicembre 31st, 2009

Tutti voi (almeno dai trent’anni in su) ricorderete la divertente miniserie televisiva “I Promessi Sposi” (parodia della spendida opera del Manzoni) realizzata  dal glorioso Trio Lopez, ma pochi avranno memoria che all’interno del cast era presente anche la tristemente nota Wanna Marchi: proprio lei, la televenditrice che grazie all’intervento di Striscia la Notizia è stata poi condannata a dieci anni di galera per via delle sue ben note truffe.
Ovviamente il trio non poteva sospettare, nel lontano 1990, quale funesto epilogo avrebbe avuto la carriera della Wanna. Considerate solo che all’epoca la Marchi era la televenditrice per antonomasia e godeva di grandissima fama, ragion per cui, così come furono presi in prestito diversi protagonisti della televisione di allora (non ultimo lo stesso Pippo Baudo nel ruolo di “Pennellone”), anche la Wanna, in una delle ultime scene, interpreta se stessa nel ruolo di venditrice ambulante di un unguento miracoloso in grado di liberare il malato dalla peste.
Una scena a dir poco scioccante se vista col senno di poi (ovvero col senno di oggi).
Per saperne di più:
Biografia Wanna Marchi
Forum telefilm

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dicembre 31st, 2009

Rimango sempre di stucco, completamente basito, ogni qualvolta mi capita di vedere una gara di atletica alla televisione. Poco importa che si tratti di salto in lungo, in alto o addirittura con l’asta, per non parlare del lancio del giavellotto o del peso.
Quello che mi sconcerta, e che in un certo senso mi rapisce, è pensare a quante ore, giorni e mesi l’atleta possa aver dedicato alla propria preparazione fisica per affrontare quella gara. Magari il concorrente in oggetto avrà seguito una dieta severissima, privandosi di ogni sorta di golosità, trattenendosi con la pasta, con gli alcolici, tutte cose che non avrebbero permesso al suo organismo di dare il meglio. E poi gli allenamenti durissimi, le ore passare in palestra, tralasciando amici, impegni, famiglia. L’unico obbiettivo è quel bastoncino di legno su cui far volteggiare la schiena, quella lunghezza da superare con i piedi, o quel peso da scagliare oltre la bandierina.
E la cosa più spaventevole, se così si può dire, è che tutto quel sacrificio quotidiano, quel sudore e quelle privazioni durate anni, vanno spese in dieci secondi: esattamente il tempo necessario per prendere la rincorsa e lanciarsi come una fionda. Dieci secondi per decidere se sei dentro o fuori, se hai passato il turno o te ne devi tornare a casa, sconfitto e deluso.
Vi starete chiedendo cos’abbia tutto ciò in comune con la scrittura. Niente, direte voi, specie se la vostra risposta dovesse giungere istintiva, priva di un’adeguata riflessione. Ma fortunatamente ci sono qua io a farvi il punto, affinché le cose risultino chiare anche a voi.
Per preparare un manoscritto (un libro, per intenderci), ci vogliono idee, abbozzi di trama, personaggi, intreccio, concetti da esprimere e tutta una serie di accorgimenti che in pochi riuscirebbero a immaginare. Occorre una prima stesura, per realizzare la quale ci vogliono mesi. E poi riletture, riletture e riletture a non finire, correzioni, aggiunte e aggiustamenti di tiro. Tralasciamo gli anni trascorsi poi nell’arduo cammino verso la pubblicazione, che cosa resta?
Resta una fatica immane, buoni propositi, frustrazioni, attese infinite, ansie a non finire per poi…
Per poi, nel migliore delle ipotesi, finire nelle mani di un lettore (che come si sa, ha sempre fretta), il quale nel giro di poche ore stabilirà se dire in giro che in fondo non siete poi da buttare come scrittori, magari consigliarvi a due o tre amici, oppure buttare il vostro lavoro in un cestino e maledire i dieci euro che ha sprecato inutilmente, per colpa vostra.

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dicembre 28th, 2009

Fare gli auguri di buon Natale, buone feste e buon anno è sempre una gran bella cosa, anche se (a mio avviso) gli auguri collettivi sparati con un click a un centinaio di persone alla volta rimangono un tantino freddi e poco sentiti, per non dire indigesti. Ragion per cui (non me ne voglia nessuno), preferirò restarmene rincattucciato tra le pareti delle mie stanze, evitando di ripetere la poco elegante gaffe di aspergere auguri senza ritegno. Un bel tacer non fu mai scritto, su questo non si discute, ma tanto meglio evidenziarlo per i meno attenti.
Ciascuno si organizzi dunque di conseguenza, come meglio può, tentando di vivere nel men peggior dei modi le festività in corso.

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dicembre 26th, 2009

Cari lettori, oggi non voglio consigliarvi né sconsigliarvi un libro, ma mi sento in dovere di segnalarvi un blog dal mio punto di vista interessante. Se amate la cosiddetta scrittura creativa: quelle frasi abbozzate che lasciano sempre il lettore in bilico tra l’incredulità e l’amore, ecco, questo è un blog che non vi deluderà. L’ho scoperto grazie all’aiuto della mia amica Chiara Vitetta, posso dire per puro caso, e ne sono rimasto ammaliato. La scrittrice (o se preferite la blogger) appare irriverente, forse appena scontrosa, ma vi assicuro che non ce l’ha con voi, è solo presa dalle sue fantasticherie, travolta dalle sue vicende, aspirazioni, frustrazioni e vittorie. Giulio Cesare Giacobbe potrebbe definirle “seghe mentali” quelle sue piccole tirate che hanno sapore di folli sfoghi, ma non si tratta di questo, stiamo parlando di qualcosa di molto più intrigante.
Nottenera è la sovrana signora della pagina azzurra; è lei che dipinge, schizza e ritocca con parole e virgole, affinché noi lettori possiamo tentare di penetrare all’interno della sua complessa personalità, per carpire quali pensieri possano aleggiare nella mente di una “banale ragazza di provincia” come lei stessa si definisce. Anche se a me non ingannerà così facilmente. Nottenera può essere qualunque cosa voglia, può trasformarsi di fronte ai vostro occhi, può fare acrobazie, ma dubito che riuscirà mai ad essere banale.

Not conventional Trivialities è il nome del Blog, e questo è l’indirizzo a cui bussare: http://triviality.splinder.com/.

A puro scopo illustrativo e senza la minima volontà di scopiazzare da lei (come fanno in molti), garbatamente riporto un paio di righe affinché possiate voi stessi farvi un’idea di cosa troverete all’intenro della pagina azzurra:

E’ questo che càpita. Che alle volte bisogna rendersi abili nella competenza hardissima (ma come diamine mi esprimo? …) di accettare una cosa senza capirla, senza avere la possibilità di farsene una ragione. L’ assiomatico fattaccio.
Del perché ho incontrato G in un’ altra città, in uno dei miei negozi preferiti.
Del perché mi sia nascosta dietro una pila di bicchieri in delicato vetro colorato, accanto ad una piramide di tazze da latte (con decori-mucca, nda) e mi sia tirata il berretto fin su la punta del naso, finendo per non vedere nulla e rischiando di farmi notare non solo da G ma anche da tutte le commesse dello spazio e da ogni micropolvere aleggiante nella via lattea, se solo fossi inciampata in qualsiasi cosa…

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dicembre 21st, 2009

Glendon Swarthout

Nella biblioteca di mio padre, da sempre (almeno da quando sono nato io) c’è un vecchio libro di SELEZIONE che contiene un racconto intitolato “Una strana notte di Natale” dell’autore americano Glendon Swarthout. Sono sempre stato legato a questa bella storia, forse perché è una delle poche che mio padre mi lesse ad alta voce, quando avevo un decina d’anni. Oggi ho avuto il piacere di rileggerla, riscoprendo quelle sfumature che mi erano sfuggite a suo tempo, e tralasciando alcuni dettagli che all’epoca mi erano sembrati assolutamente determinanti.
Si tratta dell’avventura di un tredicenne il quale, la notte di Natale, compie assieme a suo nonno la grande avventura di trasportare un vecchio armonium (cimelio di famiglia) attraverso una tortuosa tempesta di neve per cinque chilometri fino a raggiungere la chiesa, dove deporlo come regalo alla comunità. Siamo nell’America del 1930, in piena crisi economica, in uno di quei paesi di periferia, con spazi immensi e case isolate in aperta campagna.
Il titolo originale del racconto è “The Melodeon”, anche se poi, in America questo best seller ha poi cambiato titolo un paio di volte, ma questo non ci interessa poi tanto. Ho avuto modo di rintracciare il sito dell’autore e con vivo piacere ho notato che negli anni ha accumulato una vasta gamma di opere pubblicate, anche se la foto della sua homepage, per ironia della sorte, è la stessa che vent’anni prima era stata impressa sul libro che ho a casa.
Glendon, autore di innumerevoli libri per ragazzi, visse in Arizona fino al 1992 (anno in cui purtroppo morì), e nel 1977 scrisse questo racconto il quale per tutta la vita mi è rimasto nel cuore, tanto che oggi, nella mia casa, accanto focolare, ho avuto il piacere di rileggerlo. Allora mi sono chiesto… Ma ci pensate che potere ha la scrittura? Provo una grande emozione mentre immagino quel tipo che, dall’altra parte dell’Oceano, magari con una vecchia macchina da scrivere, sotto una tettoia di legno, ha battuto le sue bozze. Come poteva sapere che le sue parole, pur tradotte e adattate per la particolare edizione in mio possesso, sarebbero giunte così lontano? Come poteva intuire che la sua storia si sarebbe potuta imprimere così a fondo nel cuore di un bambino italiano che non conoscerà mai e di cui non saprà mai l’esistenza, il quale, da uomo quasi fatto, avrebbe ancora cercato quelle stesse emozioni? Ho riletto la sua storia quando l’autore era già morto da 17 anni, anche se il libro era lo stesso che uscì fresco di stampa, come novità a suo tempo, quando magari Glendon era agli inizi della sua carriera letteraria, o quasi.
Secondo me tutto ciò è a dir poco affascinante. Lontani nello spazio e nel tempo, lo scrittore e il lettore, hanno sempre la possibilità di incontrarsi. E con il fiato sospeso, mi chiedo: fin dove potrà arrivare la scrittura?

Andammo direttamente al magazzino. L’edificio era aperto da un lato, fortunatamente esposto a sud perché il vento infuriava da nord. Per prima cosa riempimmo le lanterne, che non dovevano piantarci in asso. Poi, mentre io gli facevo luce attraverso mucchi dei più svariati attrezzi, il nonno travasò quaranta litri di cherosene nel serbatoio del trattore, facendo la spola avanti e indietro dal bidone del combustibile.  [...] Bisogna innanzi tutto che il lettore cancelli dalla sua mente ogni immagine del trattore moderno, oggetto coccolato e viziato, traboccante di potenza e dotato di tutti i lussi possibili: dal motorino di avviamento ai fari, dai sedili imbottiti alla radio. Il nostro protagonista è un Rumely oil Pull del 1928, modello 20-40, un mostro di ferro che da almeno trent’anni non si vede più nelle campagne americane.

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dicembre 16th, 2009

More about Il libro dei padri
Oltre al titolo, piuttosto misterioso, anche la copertina ha avuto il suo peso nel convincermi a leggere “Il libro dei padri” dello scrittore ungherese Miklos Vàmos. Tratta delle vicende della famiglia Csillag e si snoda all’interno di tre secoli di storia, a partire dal 1705 fino al 1999. Tutti i primogeniti Csillag hanno la sopranaturale facoltà di poter vedere il passato, in particolare scene vissute dai loro avi, altri riescono anche a intravedere il futuro, anche se in modo piuttosto incerto e offuscato e ciascuno di essi (chi più chi meno) scriverà parte delle sue memorie nel leggendario Libro dei padri, vale a dire una sorta di diario che, di generazione in generazione, viene tramandato di padre in figlio.
L’idea di Vàmos è intrigante: in effetti tutti noi vorremmo avere questa sorta di potere magico che ci permetta di vedere cosa fece il nostro bisnonno o anche i suoi predecessori. E solo il fatto di poter assistere in modo ininterrotto allo svolgersi di ben trecento anni di vita famigliare è a dir poco allettante; chi non sarebbe curioso di sbirciare un po’ all’interno del Libro dei padri?
Per quanto riguarda i punti a favore dell’opera, voglio subito dire che il Vàmos è stato bravo nell’impiegare diversi stili di scrittura a secondo dei periodi storici: si parte da uno stile arcaico, quasi macchinoso, nella prima parte, ricco di termini desueti e ampollosi (tipico del diciottesimo secolo), successivamente si passa a uno stile più pulito ma ancora infiorato da locuzioni tipicamente ottocentesche, per poi finire, nell’ultima parte, con pagine degne dell’odierna narrativa spicciola.

Gli abitanti del villaggio si dirigevano tutti verso quell’istessa direzione, nei momenti funesti cercavano opportuno nascondimento nell’Antro Vecchio. Esso era una fessura che conduceva nel ventre degli scogli rocciosi di sopra Bikarét, l’imboccatura si potea ostruire con un masso triangolare di modo che le persone impratiche della zona mai avrebbero nutrito sospetto su ciò che là sotto si celava.

Molto originale anche le entrate in scena dei vari protagonisti. In ogni capitolo è il figlio del precedente personaggio che si avvicenda nel tenere le redini della storia, ma specialmente nella prima metà del libro, il protagonista non esce quasi mai allo scoperto nelle prime righe, bisogna attendere che la scena si componga in pieno, anche per tre o quattro pagine, prima che, a sorpresa, esca fuori.

Éva non lo informò mai che avea annunciato al signor padre che Istvàn Sternovsky facea il bello con lei. Aaron Stern fu colto da un accesso d’ira, i capelli grigi gli ballarono sul cranio mentre batteva i piedi in terra:
- Hai completamente smarrito il senno? Proprio con quello Sternovsky… Quello ha la minima idea di chi noi siamo?
- Lo sa signor padre, stia tranquillo.
- La sua famiglia potrà mai permettere che conduca all’altare una ragazza giudea? Come potrebbe essere credibile?
- Stia questo un problema suo.
Istvàn Sternovsky rimandò la dichiarazione d’una settimana e mezza.

Punti a sfavore. Riguardo i cenni storici che fanno da sfondo alle vicende, direi che non sono sufficienti a rendere l’idea di come l’Ungheria si sia trasformata nel tempo se non per chi conosce già la storia di quel paese. Per i profani della Storia (come me) si fa un po’ fatica a comprendere tutte le sfumature, mentre gli spunti di approfondimento e le spiegazioni dei fatti sono pressoché inesistenti.

-E Vili Csillag?
- Lui è il… - la voce di Agi esitò -Vice figo.
Si fecero una risata.
- Vice figo, giusto. Vice figo! - Matri ripeté come fosse una parola d’ordiine appena imparata.
- La cosa più figa che ha sono gli occhi.
- Aha. Hai notato come cambiano di colore?
- Sì. talvolta sono grigi, talvolta verdi.
- Possono anche essere marrone chiaro.
Suonò la campanella. Vilmos Csillag non fiatò. Non s’era mai sognato di essere la medaglia d’argento nei fighi della classe.

Un altro punto a sfavore per il quale non mi sento di consigliare il libro in modo sguaiato, è il fatto che la narrazione è spesso lenta e in molti punti poco avvincente; le vicende che si consumano appartengono a una normale famiglia ungherese, per cui i colpi di scena e i salti mortali non sarebbero stati consoni al contesto (e di fatti mancano). Considerate che le pagine sono 450, per cui potrebbe essere alto il rischio di abbandono o di noia. Per chi invece si sente un avido e valente divoratore di libri e per chi ama sperimentare letture con lo scopo di trarne spunti creativi, allora l’opera potrebbe fare al caso suo.

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novembre 24th, 2009

scrivereC’è un’ora più adatta, un’ora ottimale intendo, per ogni azione che svolgiamo ogni giorno.
Sì, a partire dall’ora della colazione, quella del pisolino, o per fare un po’ di moto. Ogni cosa che facciamo è in qualche modo influenzata dal momento in cui ci accingiamo a svolgerla. Immaginate voi se vi andrebbe di farvi un panino con la porchetta alle sette di mattina (only the brave, come recita una marca di vestiti), oppure fare una corsetta alle due di notte (solo i pazzi, come direi io). E così via, chi più ne ha più ne metta.
Ma allora, alla luce di tutto ciò, quale sarà, secondo voi, l’ora più adatta per mettersi a scrivere?
Anche qui potrebbero piovere decine e decine di pareri discordanti, ma fino a un certo punto. Ogni scrittore avrà la “sua ora”, dettata, in primo luogo, dagli inderogabili impegni personali ma, impegni a parte, la scrittura dovrà essere soprattutto coniugata sulla base del nostro sentimento, della mente che spinge a volersi liberare dei pensieri e delle idee che prendono di colpo ad affollarla.
A mio avviso, se dovessi assecondare esclusivamente il mio istinto, il mio stimolo creativo più forte, direi che per me (come per molti altri, del resto) l’ora della scrittura sarebbe certamente quella serale/notturna. Di sera, per non dire di notte, la mente si apre, come le ali di un’aquila immensa, liberando quanto di più bello è in grado di concepire. É di notte che i racconti assumono uno spessore più tangibile, le poesie un’anima forte, e le pagine del romanzo che avete per le mani, una più intensa dimensione riflessiva e realistica.
Immagino che chiunque scriva per pura professione dedichi gran parte del giorno al sonno e il resto della notte alla scrittura, non potrebbe essere diversamente. Scrivere di notte è come fare colazione alle otto con latte e caffè, perché è quello il momento più fisiologico.
A mezzogiorno, con il chiasso del traffico, le voci della gente e degli elettrodomestici, più o meno invasivi, mettersi a scrivere è difficoltoso quanto vagare per una fitta giungla, mentre di sera tutto si dirada fino a lasciarci intravedere, chiaro, l’orizzonte, l’obbiettivo che ci eravamo preposti.
Purtroppo, con il lavoro che faccio, non sempre mi è possibile assecondare la cosiddetta “scrittura notturna”, anzi, posso affermare che considero questa attività come un vero e proprio privilegio, una di quelle cose che per la loro intrinseca perfezione, difficilmente restano alla mia portata di mano.
Quello che posso dunque consigliarvi caldamente è di farvi un bel pisolino pomeridiano e lasciarvi qualche mezz’ora in più da dedicare alle riflessioni che la notte saprà ispirarvi, tempo permettendo.

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