Per molti anni della mia vita, ho spesso sentito parlare delle cosiddette “parole difficili”. Si trattava di parole strane, talvolta lunghe, altre volte più corte, ma sempre e comunque contorte, dai significati più terrificanti e sibillini che mai. Inizialmente queste parole mi facevano proprio paura; credevo che il loro utilizzo fosse riservato ad una ristretta cerchia di persone non appartenenti ai “normali”.
[Se cercate L'ELENCO DELLE PAROLE DIFFICILI lo trovate qui, ma vi consiglio di leggere ugualmente l'articolo.]
Non mi ponevo domande e non mi davo risposte: se una parola era “difficile” era destinata a mantenere quel carattere in modo perpetuo e questo non faceva che incrementare le mie lacune, la mia ignoranza con le brutte figure che ne conseguono.
Tanto per citarne una, in prima media, la mia compagna di classe Alessia mi consegnò un bigliettino prestampato, farcito di tutta una serie di sciocchezze del tipo “non hai mai un capello fuori posto, cerchi sempre di non farti calpestare le tue scarpe lucide…”. Non erano frasi propriamente rivolte a me, né per me erano state preparate, diciamo che si trattava, nell’insieme, di una simpatica provocazione che avrebbe potuto suscitare riso o cipiglio a seconda che le avesse lette un tipo sportivo o permaloso. Lessi un paio di volte quel messaggio ma non riuscivo a capirne il senso effettivo in quanto, proprio nella riga centrale, era scritto “sei un ipocrita”. All’epoca non conoscevo il senso di quella parola “difficile”, per cui, per non dare a vedere la mia ignoranza (e credendo, in buona fede, che avesse un significato positivo), sorrisi alla mia amica nonostante lei seguitava a scusarsi, dicendo che era tutto uno scherzo e non pensava davvero tutte quelle parole. Io, con un candore disarmante, le confermai il mio apprezzamento e la totale assenza di offesa da parte mia, anzi le confermai che io ero davvero così, proprio come venivo descritto.
Ero dunque fiero di aver ricevuto quel messaggio (che accolsi come una mera lode alla mia bellezza); mi conquistò specialmente per il fatto che vi era scritto sopra “non hai mai un capello fuori posto” e del resto, con il gel con cui, quotidianamente, mi spalmavo il capo non poteva essere diversamente. Solo un paio di anni dopo, ormai totalmente discosto da Alessia, la quale aveva intrapreso tutt’altra scuola superiore, mi resi conto del vero senso di quel messaggio, ma era ormai troppo tardi per serbare rancore alcuno, anzi, ne risi di cuore; risi della mia pochezza e di quante parole avevo finora ignorato o evitato solo perché rientravano tra quelle “difficili”.
L’insegnante di italiano, già da quell’anno, aveva in realtà tentato di farci tenere una rubrica con dentro tutte le “parole difficili” che avremmo trovato nel corso di letture di libri o racconti dell’antologia e la relativa spiegazione; ma il mio rapporto con la rubrica era per me assai ostico in quanto prevedeva necessariamente un contatto ravvicinato con il famigerato Vocabolario della Lingua Italiana per ogni parola nuova da aggiungere.
Quanti anni mi ci vollero per acquisire confidenza con il vocabolario!
Oggigiorno non potrei vivere senza di lui, ma una manciata di anni prima ce l’avevo ancora a morte con quel libraccio che, grosso e voluminoso, se ne stava ogni giorno appollaiato sulla mensola del soggiorno a gravare con tutti i suoi tre chili di carta fittamente inchiostrata; era così massiccio e imponente che sembrava togliere il respiro al piccolo dizionario dei sinonimi e contrari (che mi ha sempre ispirato una certa simpatia), nonché al sottile e colorato “ventimila leghe sotto i mari” che mi era stato regalato da piccolo e adesso era costretto a vivere accanto a quello scorbutico e borioso prevaricatore. Ogni volta che entravo in quella stanza avvertivo un senso di disagio, come se il vocabolario mi stesse fissando intensamente con occhi tenebrosi pronti a cogliermi in fallo.
Mia madre, a dispetto del nostro stretto grado di parentela secondo cui avrebbe dovuto quantomeno parteggiare un poco per me e comprendere le mie difficoltà, era da sempre schierata a favore di quel libro, che teneva sempre in gran considerazione. Per avere un’idea di quanto importante fosse il vocabolario per mia madre, basti pensare che, indipendentemente dal fatto che avesse ancora in gola la forchettata di pasta appena presa dal piatto, durante i pranzi e le cene, quanto le conversazioni tra tutti noi erano maggiormente accese, era capace di sospendere il pasto e scattare in piedi per andare a prendere il vocabolario, in modo da poter sedare quel dubbio appena nato, ovvero se l’aggettivo “intiero” fosse in qualche modo contemplato nella nostra lingua e non rappresentasse semplicemente un suo inveterato errore dovuto al malsano e improprio connubio tra italiano e dialetto.
<<Eccolo qua! “Intiero” c’è scritto “variante letteraria di intero” visto che esiste?>>
A quel punto io e mio padre dovevamo sottostare a quella schiacciante verità, la mamma non aveva sbagliato.
A seguito di questo rapporto assai intenso (non mi pare il caso di adottare l’eccessivo termine “morboso”) tra mia madre e il vocabolario, essa cercava spesso di coinvolgere anche me nelle sue ricerche e l’idea non mi piaceva affatto, anzi mi deprimeva completamente e cercavo di non farmi mai trovare nei paraggi se mi accorgevo che qualche dubbio sulla lingua iniziava ad aleggiare attorno a mia madre. Se poi ero io a chiederle esplicitamente qualche significato, ad esempio: “cosa significa battigia?”, la sua risposta era sempre la medesima: “apri il vocabolario!”. Senza preoccuparmi poi molto di cosa “battigia” significasse, ritenevo puntualmente assai più proficuo, per un corretto impiego del mio tempo, tralasciare con la domanda e seguitare a vivere serenamente senza chiedermi più nulla riguardo quel termine che, in fin dei conti, a pronunciarlo suonava anche male, preferendo andarmi a fare un giro sulla mia BMX.
Ma la rubrica seguitava a tormentare i miei sonni e le mie mattine, specie quando, durante il percorso in pulmino, ero costretto a elemosinare qualche copiatura dalle pagine delle compagne più diligenti le quali, pur torcendo le labbra in segno di diniego, finivano sempre con l’acconsentire alle mie abiette richieste. Per non parlare poi di quella mattina in cui la professoressa iniziò a scorrere tra i banchi, tamburellando minacciosamente sulla formica, mentre chiedeva ad ognuno di noi di esibire la propria rubrica, pena una nota sul diario, ed io avevo dimenticato a casa la mia. Mi irrigidii e chiusi gli occhi aspettando che mi venisse chiesto il diario, ma fortunatamente la sorte volle risparmiarmi e la prof. interruppe improvvisamente l’ispezione poiché era giunta l’ora della spiegazione.
Quanta paura, quante ansie trascorse inutilmente, cercando di scappare da un fantasma inesistente, forse troppo ingigantito dalla mia pigrizia che, pur di non voler sfogliare il “librone”, fece sì che vivessi così male alcuni degli anni più importanti per la mia formazione.
Il periodo in cui iniziai a leggere per mio diletto senza imposizioni dall’esterno (ben più recente rispetto alle lontane esperienze scolastiche), coincise con la mia definitiva riappacificazione con il vocabolario. Quasi senza accorgermene, nell’intimità della mia camera, in giardino o in qualunque altro luogo stessi leggendo un libro qualunque, ecco che, munito di matita (poiché ogni libro che si rispetti non merita di essere sfregiato con una vile penna), prendo a cerchiare ogni “parola difficile” affinché venga successivamente ricercata e trascritta in rubrica. Sì perché, da quando ho capito, se non l’importanza, quantomeno la bellezza di conoscere termini nuovi, dispongo di una nuova rubrica personale che ho iniziato a redigere di mia iniziativa.
Negli anni la mia rubrica è cresciuta e adesso conta un centinaio di nuove parole, non tutte delle quali albergano ancora stabilmente nella mia memoria, ma sono lì pronte ad essere rispolverate; solo così le parole in questione verranno spodestata del termine “difficile” ed assumeranno il carattere di parole conosciute e, in quanto tali, “normali”.
Se devo dirla tutta, non sono d’accordo con chi ama etichettare alcune parole come “difficili”; direi che il termine giusto da adottare sia “parole di uso meno comune”, o “parole che non si conoscono”; in questo modo potrà essere dato il giusto peso alle parole e a chi ne fa uso. Non è un genio chi sa usare correttamente alcuni termini di uso non comune, né è uno stolto chi non riesce a capirlo. La stoltezza e la cattiva ignoranza risiedono nel fingere di capire, mentre sarà saggio colui che innanzi tutto chiederà “cosa significa quello che hai detto?”, e poi, su un foglietto di carta si appunterà quel termine al fine di poterselo meglio rivedere a casa e magari… trascriverlo nella sua rubrica.
Tags: parole difficili, parole nuove, rubrica, vocabolario
ho appena letto il tuo articolo “le parole difficili” e mi è piaciuto molto, non solo per la storia che fa da sfondo, ovvero il tuo graduale avvicinamento verso quel “mostro” di dizionario, ma soprattutto per l’uso che fai della lingua italiana, lo trovo adatto e accurato. Dico questo perche attraverso le parole che usi non conferisci solo un senso completo del tuo messaggio, ma riesci, per altro, ad “interagire” con chi legge in tono amichevole-scherzoso. Dall’articolo traspare un uso responsabile della lingua italiana. Non so se mi spiego.
Mi è venuto da sorridere, inoltre, mentre leggevo, in quanto pensavo a ciò che stavo facendo prima che aprissi il tuo blog. Ero andata proprio alla ricerca di “parole difficili” su google ed ecco che, dopo essere capitata su un sito in cui sono pubblicate le parole meno in uso, sono poi finita per sbaglio sul tuo blog.
La ragione per cui stavo facendo questo tipo di ricerca su google è perchè il mio obiettivo è imparare la lingua italiana. Non intendo dire, con questo, che sono straniera, (anzi sono italiana)ma che semplicemente voglio fare il più possibile mia, la lingua che da 22 anni a questa parte mi appartiene. Solo di recente mi si è acceso questo interesse per l’italiano e ciò che ha fatto scattare la fiamma è stato un corso di linguistica che ho seguito l’anno passato. Sebbene qualcuno trovi più interessante un libro di avventure, io ho trovato letteralmente affascinante il corso di linguistica. (Punti di vista diversi,no?!) La ragione è la seguente: mi ha fatto riflettere su un aspetto così ovvio e scontato, quale la lingua, e tutti i suoi usi. La linguistica non è altro che lo studio analitico di tutto ciò che un parlante è in grado di fare spontaneamente con il mezzo linguistico e questo tipo di studio lo trovo stimolante.
Bè ho appena riletto ciò che ho scritto e da un semplice complimento per la tua scrittura sono arrivata a parlarti del mio interesse.
é un po’ lungo ciò che ho scritto…diciamo che ho sfruttato a pieno lo spazio concessomi per il commento.
Ora ti faccio un saluto,
Jennifer
Cara Jennifer,
il tuo commento mi ha reso davvero felice, assai più di qualunque eventuale liquidazione di diritti d’autore; è infatti solo grazie al contatto con i lettori che si ottengono quelle soddisfazioni per cui tanto si è lavorato.
Ti faccio i miei complimenti per la tua scelta di seguire il corso di linguistica (argomento interessantissimo il cui studio gioverebbe molto anche a me), nonché di perseguire quel nobile scopo che ti sei posta, ovvero quello di apprendere la lingua italiana andandone a ricercare gli usi meno frequenti; sono due bellissimi modi di crescere ed evolversi nel linguaggio scritto e parlato.
Anch’io tento continuamente di elevare la mia scarsa cultura, anche se la strada non è affatto semplice.
Il vocabolario è sicuramente un alleato imbattibile, da tenere sempre a portata di mano (anche in formato elettronico se ti è più comodo) ma secondo me andrebbe associato a valide letture, affinché quelle parole “difficili” vengano ritrovate in un contesto più ampio, nel mezzo di un periodo, o all’inizio di una frase, affinché sia più facile capire come e quando vanno usate.
Comunque (per quanto il mio giudizio possa contare) ti assicuro che sei proprio sulla buona strada, quindi non abbandonarla! Sopratutto, come hai fatto nel redigere il commento, seguita a non cedere alle facili lusinghe delle moderne abbreviazioni del nostro tempo (cmq, xké, ecc…) le quali, messsaggio dopo l’altro, stanno uccidendo la nostra bellissima lingua, considerata addirittura un canto da parte di alcune popolazioni straniere.
Spero che ogni tanto tornerai a visitare il mio sito, ho bisogno di lettrici attente e sensibili come te!
A presto
Daniele
Una Signora a me molto vicina e molto cara, che purtroppo ora non c’è più, appassionata di letteratura in ogni sua forma, un tempo insegnante e poi nota poetessa in vernacolo recanatese, accompagnandomi nel mondo della scrittura, per acquisire dimestichezza all’uso di quei termini che nella vita di tutti i giorni possono risultare inconsueti o difficili, mi consigliò oltre l’utilizzo dell’indispensabile vocabolario e la redazione del “diario” delle parole “difficili” anche la pratica dei cruciverba. Ella stessa non passava giorno che non divorasse un albo di cruciverba e giochi linguistici di ogni genere. Questi, diceva, sono il miglior esercizio per imparare l’uso corretto ed il significato delle parole che non vengono quasi mai usate. Devo dire che a me è stato molto utile e tuttora appena ho un pò di tempo libero (magari durante qualche rientro in vettura dal lavoro…) riempio sempre ben volentieri quei quadratini!
A presto!
Michele.
Ciao Michele.
Il cruciverba. Ogni tanto mi è capitato di ecercitarmi con la settimana enigmistica e difatti ho visto che, più parole “difficili” si conoscono, più facile diventa la risoluzione dei vari giochi.
Credo che sia stata una grande fortuna aver conosciuto la signora di cui parli. Anch’io ho un paio di figure di riferimento, miei vecchi insegnanti di italiano, e non so come farei senza il loro supporto. Talvolta mi basta pensare che essi ci sono, che apprezzano quanto sto facendo, e questo mi dà la forza per impegnarmi. Inoltre i loro consigli sono stati e sono tutt’ora vitali per incamminarmi nel migliore dei modi in questo straordinario mondo fatto di parole e segni di interpunzione.
[...] alle cosiddette parole “difficili” e ciò fa loro onore. Come ho già scritto in un mio articolo dedicato a questo argomento, non esistono parole difficili, come del resto non esiste nulla di [...]