Indugiando attorno ai vari volumi della mia libreria domestica, con molto piacere mi sono imbattuto in questo libro di Dino Buzzati che lessi nel corso del secondo anno della scuola superiore. Mi fu consigliato (forzatamante) dal mio prof. di italiano di allora, ma devo dire che fu uno dei pochi libri (non certo l’unico) che lessi con molto piacere nell’ambito delle forzature scolastiche. Dello stesso autore mi venne poi consigliato anche il famosissmo “Il Deserto dei Tartari” , nel triennio successivo, e non potei che amare profondamente anche quello. Ma procediamo con ordine.
“La Botique del Mistero” è innanzi tutto un insieme di racconti (31, per la precissione) delineati, per la maggior parte di essi, da una crescente attesa e (appunto) mistero che coinvolgono il lettore attirandolo in una sorta di vortice intrigante. Vi sono personaggi che fanno cose strane, come quelli ne “Il corridoio del grande albergo”, altri in “Qualcosa era successo” che scappano, urlano e hanno paura ma nessuno, a bordo del treno dal quale questa scena viene vista dai finestrini, sa spiegarsene il motivo. Che dire poi dell’inquietante “Sette Piani”, dove si parla di quell’ospedale, appunto di sette piani, dove i malati vengono disposti con criterio: a partire dal piano 7 (dove stanno i meno gravi), fino al piano 1 (dove vanno a spirare i moribondi); fortunatamente il protagonista, non avendo niente di particolarmente grave, venne messo al settimo piano…
Basta. Devo smetterla altrimenti mi viene voglia di rileggerli tutti questi racconti straordinari. Qualcuno di essi è più orientato a cose astratte, sentimentali o rarefatte, come l’aria della “Torre Eiffel” dove i costruttori salivano, salivano e salivano ancora, fino a…
Un libro che ho amato, senza dubbio. Grazie al professor Santarelli che a suo tempo me lo fece conoscere.
Ma ora passiamo all’altro capolavoro di Buzzati, il famosissimo “Il Deserto dei Tartari”. Il tenente Drogo, dopo aver terminato l’accademia militare” viene assegnato alla blindatissima “Fortezza Bastiani” , dove attenderà l’arrivo dei Tartari con i quali si sarebbe dovuta svolgere una guerra all’ultimo sangue.
Sono rimasto basito e toccato dalle profonde sequenze riflessive, dove Buzzati racconta la caducità della vita, il suo sfiorire giorno per giorno, fino a oscurarsi completamente.
Drogo però non lo sapeva, non sospettava che la partenza gli sarebbe costata fatica né che la vita della Fortezza inghiottisse i giorni uno dopo l’altro, tutti simili, con velocità vertiginosa. [...] Così si svolgeva alla sua insaputa la fuga del tempo. [...] Quanto tempo dinnanzi, pensava. Eppure esistevano uomini - aveva sentito dire - che a un certo punto (strano a dirsi) si mettevano ad aspettare la morte, questa cosa nota ed assurda che non lo poteva riguardare. Drogo sorrideva, pensandoci, e intanto, solleticato dal freddo, si era messo a camminare.
Direi che questo libro racconta come nasce e muore la parabola della vita di ogni uomo: la noia dell’infanzia, quando si è ancora troppo piccoli per affrontare autonomamente la vita, le speranze della prima giovinezza, le attese, le delusioni, l’avvento della morte che, per chi la subisce, appare sempre prematuro e arriva, ogni volta, sul più bello.
Ciascuno di noi, indipendentemente dalla professione svolta, dagli hobby o dalle aspettative nutrite, senza saperlo, si trova spesso a trascorrere giorni e giorni nella sua “Fortezza Bastiani”, nel suo tempo sprecato, mentre la vita corre e corre, e gli anni passano, e noi ignari che fingiamo di non accorgercene. Bisognerebbe trovare il coraggio di uscire allo scoperto, di vivere intensamente e consapevolmente, ma talvolta preferiamo rinchiuderci all’interno di una convinzione, di una chimera da inseguire, nella balorda speranza di essere felici, perché ciò che attendiamo si manifesterà presto, dunque tanto vale sospendere tutto il resto e rimanere in attesa.
Non si può negare che è un libro sconcertante, caustico per certi aspetti, ma è un libro assolutamente vero, e soprattutto formativo.
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