Più di un mio conoscente, tra cui alcuni personaggi autorevoli in termini di lettura, mi aveva già chiesto: “ma tu non hai letto nulla di Camilleri?”. La mia risposta era sempre negativa, ma finalmente da oggi in poi potrò anch’io dire la mia.
Ho scelto un libro a caso della serie “Il commissario Montalbano”, reso famoso dai fortunati sceneggiati televisivi e ne sono rimasto piacevolmente colpito.
Per chi non è pratico di queste letture, sappia che, almeno per le prime dieci pagine, sono assolutamente spiazzanti, a meno che il lettore non sia una siciliano di nascita, in quel caso sarebbe tutto più semplice.
La peculiarità di libri come questo, infatti, consiste nel fatto che il buon Camilleri scrive in dialetto siciliano. Non so quanto il dialetto sia stretto o meno, comunque la maggior parte delle parole sono molto al di fuori del normale italiano.
Ma a forza di leggere, le ricorrenze di alcuni termini, associati al contesto e all’intero periodo, fanno sì che il lettore si ambienti, prenda confidenza e, a poco a poco, si innamori di questa Sicilia che trapela da ogni riga del testo.
Stava dormenno che manco le cannonate l’avrebbero arrisbigliato. […] Montalbano si susì dal letto, taliò il ralogio, taliò verso la finestra, capì che avrebbe fatto càvudo assà e annò nella càmmara di mangiare indove il telefono sonava alla disparata.
Dopo un po’, riuscii a capire che il verbo taliare vuol dire guardare, susirsi sedersi, trasire entrare, macari anche spiare chiedere. Anche le vocali vengono modificate, come pirchì per dire perché, fìmmina per dire femmina, o donna. Mentre molti termini attingono le radici direttamente dalla vicinissima Spagna, come nel caso di travagliare per dire lavorare.
In quando alla trama, siamo nel classico poliziesco alla vecchia maniera (che io preferisco ai thriller sanguinari, oggi molto in voga), senza scene eccessivamente turpi o violenze raccapriccianti. Non sono rare alcune citazioni colte, come il VI Canto del Purgatorio della Divina Commedia, o riflessioni semplici ma che fanno riflettere sulla realtà italiana di oggi e di sempre. Quello che comunque fanno di questa collana un genere unico, è senza dubbio il dialetto che, nonostante possa facilmente confondere il neofita, riesce più di ogni altra cosa a farti capire che ti trovi in Sicilia e non altrove. Dalle parole di Camilleri trapela il calore del sole, la luce accecante, i silenzi del pomeriggio e il chiarore delle notti di luna, come anche il profumo del pesce appena pescato preparato in trattoria. Tramite la lingua si penetra direttamente nella realtà locale.
E poi ci si accorge di quanto il dialetto siciliano si presti, con la sua innata musicalità, la sua asprezza e dolcezza, alla canzone e alla poesia, prima ancora che alla prosa.
Anche i romanzi di Leonardo Sciascia, assai simili per genere a quelli di Camilleri, hanno dato ampia visibilità alla Sicilia, solo che Sciascia scriveva prevalentemente in italiano.
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