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sabato, 17 ottobre 2009

 
More about Gente di DublinoDopo vari plausi, accalorati elogi e inviti alla lettura, voglio oggi parlarvi di un libro che non mi sento di consigliare, e vi dirò il perché. Stiamo parlando di “Gente di Dublino” di James Joyce, scrittore irlandese che visse tra il 1882 e il1941.
Gente di Dublino è una raccolta di quindici racconti i quali, come da titolo, si pongono il fine di delineare altrettanti spaccati della società dell’epoca agli albori del ventesimo secolo, evidenziandone i difetti, l’appiattimento e la totale “paralisi sociale”.
Joyce, nativo del posto, all’età di 22 anni si sentirà costretto a lascare Dublino, compiendo una sorta di esilio volontario, tanto si sentiva esasperato dall’Irlanda e dal cattolicesimo.
Da qui potrete già capire che in “Gente di Dublino” non c’è niente che possa esaltare pregi o bellezze della città. Joyce, con questi racconti, vuole rappresentare il marcio, il peggio della sua gente, ma sopratutto quell’apatia, quelle abitudini, spesso malsane, che portano l’individuo alla frustrazione a all’insoddisfazione dell’esistenza. Non ci sono eroi né antieroi, nessuno compie cose grandiose, nel bene o nel male. L’idea è quella di rivelare il mistero della realtà il quale spesso si cela dietro le cose e le azioni più comuni. Sono le cosiddette “epifanie”, le manifestazioni, come l’autore stesso definisce le sue tecniche narrative.
Joyce dovette combattere 10 anni con gli editore prima di riuscire a pubblicarlo (e questo mi rasserena visto che per ora le mie battaglie editoriali sono limitate a tre anni). Lo scrittore riteneva che questo suo libro fosse uno “specchio bel lucidato” all’interno del quale la sua gente avrebbe dovuto guardarsi e riconoscersi al fine di comprendere la propria misera condizione ed evolversi.

Ma vediamo perché non consiglio questa lettura.
Innanzi tutto non è un libro avvincente, tutti i racconti, per loro natura, risultano volutamente inconcludenti, privi di finali certi, senza colpi di scena, senza trasmettere particolari emozioni. Sono estratti del quotidiano, certo, utili ai fini storici e agli studi letterari, ma difficilmente riescono a colpire l’attenzione del lettore odierno. Insomma, questo libro mi ha annoiato senza darmi granché. Di opere noiose ne ho lette, ma di solito sono sempre riuscito a cavarne qualcosa di utile per la mia vita, qui non ci siamo proprio, almeno dal mio punto di vista.

Molta gente riteneva Lenehan un parassita, ma nonostante tale nomea, la sua abilità ed eloquenza avevano sempre impedito agli amici di coalizzarsi contro di lui. Aveva l’abitudine di avvicinarsi con audacia a un gruppo di loro in un bar e di tenersi agilmente ai margini della comitiva finché non veniva incluso fra i beneficiari di un bicchierino.

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Le discussioni degli operai, diceva, erano troppo timide; l’interesse che provavano per la questione dei salari smodato. Li sentiva rozzamente realisti e irritati da una precisione che derivava da agio al di fuori della loro portata. Nessuna rivoluzione sociale, le disse, avrebbe con ogni probabilità colpito Dublino per qualche secolo.

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