
Glendon Swarthout
Nella biblioteca di mio padre, da sempre (almeno da quando sono nato io) c’è un vecchio libro di SELEZIONE che contiene un racconto intitolato “Una strana notte di Natale” dell’autore americano Glendon Swarthout. Sono sempre stato legato a questa bella storia, forse perché è una delle poche che mio padre mi lesse ad alta voce, quando avevo un decina d’anni. Oggi ho avuto il piacere di rileggerla, riscoprendo quelle sfumature che mi erano sfuggite a suo tempo, e tralasciando alcuni dettagli che all’epoca mi erano sembrati assolutamente determinanti.
Si tratta dell’avventura di un tredicenne il quale, la notte di Natale, compie assieme a suo nonno la grande avventura di trasportare un vecchio armonium (cimelio di famiglia) attraverso una tortuosa tempesta di neve per cinque chilometri fino a raggiungere la chiesa, dove deporlo come regalo alla comunità. Siamo nell’America del 1930, in piena crisi economica, in uno di quei paesi di periferia, con spazi immensi e case isolate in aperta campagna.
Il titolo originale del racconto è “The Melodeon”, anche se poi, in America questo best seller ha poi cambiato titolo un paio di volte, ma questo non ci interessa poi tanto. Ho avuto modo di rintracciare il sito dell’autore e con vivo piacere ho notato che negli anni ha accumulato una vasta gamma di opere pubblicate, anche se la foto della sua homepage, per ironia della sorte, è la stessa che vent’anni prima era stata impressa sul libro che ho a casa.
Glendon, autore di innumerevoli libri per ragazzi, visse in Arizona fino al 1992 (anno in cui purtroppo morì), e nel 1977 scrisse questo racconto il quale per tutta la vita mi è rimasto nel cuore, tanto che oggi, nella mia casa, accanto focolare, ho avuto il piacere di rileggerlo. Allora mi sono chiesto… Ma ci pensate che potere ha la scrittura? Provo una grande emozione mentre immagino quel tipo che, dall’altra parte dell’Oceano, magari con una vecchia macchina da scrivere, sotto una tettoia di legno, ha battuto le sue bozze. Come poteva sapere che le sue parole, pur tradotte e adattate per la particolare edizione in mio possesso, sarebbero giunte così lontano? Come poteva intuire che la sua storia si sarebbe potuta imprimere così a fondo nel cuore di un bambino italiano che non conoscerà mai e di cui non saprà mai l’esistenza, il quale, da uomo quasi fatto, avrebbe ancora cercato quelle stesse emozioni? Ho riletto la sua storia quando l’autore era già morto da 17 anni, anche se il libro era lo stesso che uscì fresco di stampa, come novità a suo tempo, quando magari Glendon era agli inizi della sua carriera letteraria, o quasi.
Secondo me tutto ciò è a dir poco affascinante. Lontani nello spazio e nel tempo, lo scrittore e il lettore, hanno sempre la possibilità di incontrarsi. E con il fiato sospeso, mi chiedo: fin dove potrà arrivare la scrittura?
Andammo direttamente al magazzino. L’edificio era aperto da un lato, fortunatamente esposto a sud perché il vento infuriava da nord. Per prima cosa riempimmo le lanterne, che non dovevano piantarci in asso. Poi, mentre io gli facevo luce attraverso mucchi dei più svariati attrezzi, il nonno travasò quaranta litri di cherosene nel serbatoio del trattore, facendo la spola avanti e indietro dal bidone del combustibile. [...] Bisogna innanzi tutto che il lettore cancelli dalla sua mente ogni immagine del trattore moderno, oggetto coccolato e viziato, traboccante di potenza e dotato di tutti i lussi possibili: dal motorino di avviamento ai fari, dai sedili imbottiti alla radio. Il nostro protagonista è un Rumely oil Pull del 1928, modello 20-40, un mostro di ferro che da almeno trent’anni non si vede più nelle campagne americane.
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