Nell’anno del Signore 1766 si manifesta una bestia feroce, una creatura diabolica, o il diavolo in persona (nessuno saprebbe dirlo con precisione), che si aggira per le piovose campagne francesi del Gévaudan e miete vittime in gran numero. Donne, ragazze, contadini, trucidati senza un apparente motivo. Il naturalista Thomas d’Apcher e il suo amico pellerossa Mani verranno inviati appositamente da Parigi per studiare il caso da vicino e tentare di acciuffare la bestia. Riusciranno i nostri eroi? Lo scoprirete solo leggendo.
Avevo già visto il film, alcuni anni fa, mentre solo ora mi è capitato di imbattermi nel libro. Ho fatto qualche breve ricerca e a quanto pare questa volta, a differenza di
come accade nella norma, è nato prima il film (nella sceneggiatura di Stèpane Cabel) e poi il bellissimo libro di Pierre Pelot. Il Patto dei Lupi.
Sulle vibranti foreste di settembre e sulle lande arse da tre mesi di siccità e screpolate dai solchi dei ruscelli in secca, scrosciavano impetuose le prime piogge, una cascata blu cobalto che trafiggeva ululando la fitta coltre di nebbia. Secondo la gente che vive sotto il cielo di questo paese di pietre assetate basterebbero due stagioni per superare l’anno: nove mesi d’inverno e tre mesi d’inferno. L’ardore infuocato dell’inferno andava spegnendosi.
L’opera è scritta in modo puntuale, dettagliato e in grado di far vivere al lettore tutta l’atmosfera densa di suggestione, colori e profumi delle campagne boscose, battute dalla pioggia, sommerse dalla neve. Lo stile è ricco e ben articolato e merita la giusta attenzione per poter essere apprezzati a fondo; sconsiglierei dunque questa lettura in autobus o ambienti troppo affollati in quanto si rischierebbe di perdere qualche sfumatura (a meno che non siate tipi dalla concentrazione facile).
Una volta calati nella storia si rimarrà sorpresi nel vedere il paesaggio che viene costruito attorno a noi, lo scalpiccio del cavalli sul fango bagnato o lo scricchiolio della neve sotto gli stivali, il tintinnio delle bardature e il fiato denso dei cavalli. Leggere “Il patto dei lupi” equivale a respirare la stessa aria dei personaggi, impegnati in battute di caccia e cene apparecchiate all’interno di solide roccaforti di pietra, passare la mano sulle umide cortecce di quercia, sentire la nebbia che si attorciglia attorno al nostro corpo mentre i lupi ululano in lontananza dispersi nella pesante coltre di nebbia. Era da un po’ che non mi capitava un libro così azzeccato, nel senso che mi ha attratto con una forza tale che non sono stato in grado di sospendere la lettura se non per cause di forza maggiore.
Il vino scuro dai riflessi rubino che Thomas d’Apcher versava non appena un bicchiere minacciava di vuotarsi non era estraneo al benessere della carne e dello spirito. Il sangue nero delle viti querciose faceva brillare gli occhi del giovane e impediva al vecchio marchese di fermare la lingua dopo avergliela sciolta. Erano seduti a tavola, al centro della stanza. Tutto attorno, a livelli diversi di penombra, i riflessi accarezzavano le dorature dei volumi che tappezzavano i muri. Il tavolo e le sei poltroncine erano gli unici mobili della biblioteca, di cui il marchese andava evidentemente fiero.
Non è un caso che nelle prime battute scambiate tra i personaggi viene citata l’opera di Voltaire “L’ingenuo”. Siamo infatti in pieno Illuminismo, il momento storico in cui gli uomini più accorti, gli illuminati per l’appunto, hanno capito che potevano pensare con la propria testa, dandosi risposte senza l’aiuto di forze superiori. Questo elemento tornerà utile per comprendere, alla fine e solo alla fine, il mistero celato nel titolo del romanzo.
<<Quando siete arrivato, cavaliere>>, diceva il conte de Morengias, <<tutta questa bella assemblea di persone mi riempiva le orecchie con il buon Dio, le apparizioni e tutta la santa genìa che si abbatte sui poveri peccatori. Si dice persino che il Santo Padre abbia inviato una spia per determinare se la Bestia sia o meno una manifestazione del diavolo. La religione pianta le sue belle bandiere ovunque io porti lo sguardo, cavaliere, sono accerchiato! Voi mi sembrate molto ragionevole, volete aiutarmi a brandire il mio stendardo?>>
Riguardo le scene forti e l’aspetto macabro delle vicende che dalle premesse posso essere auspicate, posso rassicurare i lettori più sensibili che non troveranno poi di che scandalizzarsi, mentre a prevalere sarà il mistero, l’avventura e soprattutto le bellissime descrizioni da assaporare in una lettura silenziosa e ritirata.
Libro sicuramente consigliato dal sottoscritto, valutazione più che positiva.
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