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venerdì, 8 gennaio 2010

More about Il banchiere anarchicoCosa vuole trasmetterci lo scrittore portoghese Fernando Pessoa in questo racconto, che poi di fatto assomiglia molto di più a un piccolo saggio?
Diciamo intanto che un banchiere, signore distinto, con giacca, panciotto e sigaro in mano, la cui vivezza è spesso costretto a rinnovare con l’accensione di un nuovo fiammifero, dopo una cena di cui niente sappiamo, ha piacere di intrattenersi per qualche minuto a chiacchierare con un interlocutore (di cui, anche qui, nulla si sa). L’interlocutore altro non è che la classica “spalla”, ovvero colui che ha l’ingrato compito di attizzare di tanto in tanto il fuoco della conversazione, con domande, brevi osservazioni e timide obiezioni, così come l’altro, dissertando sulle sue ragioni, si adopera nell’infiammare la capocchia del sigaro.
Un banchiere anarchico. Già nel titolo è evidente quanta contraddizione possa essere contenuta nelle pagine che seguiranno. Come può un banchiere, simbolo per eccellenza del capitalismo, del potere, del “sistema”, essere anarchico, ovvero sovversivo, sobillatore, terrorista pronto a minare il sistema alla sua base con lo scopo di raderlo al suolo?
Con tutta una serie di minuziose dimostrazioni teoriche, perentori e lucidissimi ragionamenti, senza mai scomporsi nel suo portamento signorile, il banchiere dimostrerà quali ragioni lo hanno mosso a divenire tale, dipanando i vari percorsi logici che lo hanno portato a ricoprire quella posizione senza comunque smettere di essere un anarchico convinto.

<<Pensi: alcuni giorni fa mi hanno detto che lei un tempo è stato anarchico…>>
<<Non è che lo sia stato: lo sono stato e lo sono. Non sono cambiato a questo riguardo. Sono anarchico.>>
<<Questa è buona! Lei anarchico! E in che cosa lei è anarchico?… A meno che non voglia attribuire alla parola un senso differente…>>
<<Dal comune? No, non glielo attribuisco. Uso la parola in senso comune.>>

Senza stare a ripercorrere tutte le tappe che il banchiere ha diligentemente esposto per giustificare le sue scelte di vita, riassumerò le più importanti.
Innanzi tutto egli nasce da umilissime origini, fu operaio, sindacalista e anarchico in senso lato. Si impegnò con riunioni, propagande, e quant’altro si possa immaginare in un gruppo anarchico che si rispetti. Ma cosa vuole l’anarchico? L’anarchico vuole la libertà assoluta, da tutto e da tutti, vuole essere indipendente e autonomo. Dunque, se si vuole liberare del sistema, deve stare attento a non sostituire il sistema esistente con un altro, ma abolirlo e basta. E se la gente si riunisse in gruppi costituirebbe già un sistema, dove potrebbero nascere prevaricazioni o gerarchie interne. Sarebbe allo stesso modo sbagliato eseguire delle sommosse o dei colpi di stato in quanto si incorrerebbe in un dispotismo militare il che non è anarchia ma comunque sottomissione forzata della gente.
E dunque che resta?
Lavorare in proprio e adottare il solo potere concesso dalle capacità naturali (intelligenza, forza, volontà) per liberare solo chi si è in potere di liberare. Si evince che ciascuno, da solo, non potendo combattere contro nessun sistema, e non potendo compiere azioni sufficientemente forti, dovrà limitarsi a liberare se stesso. Il banchiere dunque, inserendosi nel circuito dei soldi e della ricchezza, libera se stesso dal potere che il denaro avrebbe potuto esercitare su di lui. Non ha più desideri inappagati, non è corruttibile, non è schiavo del denaro visto che ne ha a volontà, e vive in quel modo nell’attesa che giunga l’anarchia totale.

…Allora mi resi conto con quali bestie e pusillanimi mi ero mescolato! Gettarono la maschera. Quella cricca era nata schiava. Volevano essere anarchici a spese altrui. Volevano la libertà, sempre che fossero gli altri a trovargliela, sempre che gli fosse concessa come un re concede un titolo! Erano quasi tutti così, i grandi lacchè!>>

Le mie considerazioni

Inutile dire che la soluzione del Pessoa è discutibile e poco credibile, ma occorre guardare oltre affinché possano emergere riflessioni utili e profonde.
La frase più importante e rappresentativa del pensiero dello scrittore portoghese è certamente quella in cui il banchiere afferma: <<Non sono uno scrittore e non sono un oratore>>. Con questo Pessoa vuole sottolineare, indirettamente, che egli invece (Pessoa stesso) è uno scrittore e che dunque la sua lotta personale per l’anarchia, o per un mondo migliore, per un’evoluzione sociale, nell’arco di tutta la sua vita terrena, potrà essere combattuta soltanto a colpi di penna e di ragionamenti. Pessoa combatterà infatti, rifugiato nel suo studio in un serrato e impegnato ascetismo, leggendo, pensando e scrivendo affinché il suo lascito torni utile all’uomo del domani, a noi di oggi. Egli si prefisse lo scopo di creare anarchie, creare pensiero, perché quella fu la sua missione di vita.
Un’altra riflessione, del tutto personale, che mi è venuta in mente leggendo questo stimolante racconto, è stata la mia posizione nei confronti del denaro, del guadagno economico e del consumismo.
Se vogliamo considerare l’anarchia non come strumento di violenza e di sommossa, ma semplicemente come libertà individuale, silenziosa e pacifica, ciascuno di noi potrebbe fare molto (almeno per se stesso, come fece il banchiere). Se ad esempio si riuscisse a comprendere che si potrebbe vivere felici anche senza un’automobile da quarantamila euro (magari da acquistare a rate), senza andare in giro necessariamente “firmati”, senza sentirsi brutti e fuori moda solo perché così comanda la TV, si sarebbe già conseguito un gran passo. Se si capisse poi che vincendo dieci milioni di euro nelle varie lotterie o gratta e vinci, non si diventerebbe felici ma sarebbe la totale distruzione della nostra esistenza, e che dunque non è detto che sia utile spendere gran parte del proprio stipendio per l’acquisto dei biglietti, se ne sarebbe già fatto un secondo. Con questo non voglio dire di non dover comprare o giocare, dico solo di limitarsi a quelle poche e semplici cose che possono realmente piacerci, senza subire tutti quei desideri imposti da altri, (come il nuovo telefonino uscito la settimana scorsa, la nuova TV ultimo modello, quando i prodotti che abbiamo in casa sono ancora buoni) e che in fin dei conti non ci interessano e non ci servono. Magari non sarebbe più necessario fare ore ed ore di straordinario al lavoro per permettersi questi falsi lussi. Se ciascuno di noi ragionasse con la propria testa e si limitasse a seguire le proprie reali necessità, ci sarebbe molta meno crisi, molta più felicità e, se vogliamo dirla alla Pessoa, molta più anarchia.

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2 Commenti a “Pessoa: Il banchiere anarchico”

  1. Elena Fantasia scrive:

    Sono d’accordo con te.
    Ho lottato e continuo a farlo ancora oggi contro il consumismo e la pubblicità che ci nacondono la realtà della vera essenza delle cose.
    Cerco di sopravvivere in questo mondo in equilibrio senza sentirmi al di fuori o far sentire i miei figli diversi. E’ una battaglia giornaliera contro il conformismo e la normalità.
    Ma in ultima analisi sono convinta che il mio dovere di persona e di madre sia quello di dare o trasmettere la possibilità di ragionare e pensare al di fuori degli schemi che la società ci impone. Vorrei che i miei figli abbiano la possibilità di scelta. autonomi nel pensiero e non condizionati.
    E che siano, come dici tu, più felici

  2. Daniele scrive:

    Cara Elena, riguardo il consumismo e le mode,oggi posso dire di aver avuto la grande fortuna di essere vissuto in una famiglia dove il surplus non esisteva e occorreva imparare a rinunciare sempre a qualcosa, compreso il vestire firmato e gli acquisti smodati. Magari qualche volta mi pesò un pochino avere qualcosa in meno rispetto agli altri, ma fu una buona palestra morale che oggi mi permette di essere davvero libero. Libero di dire di no a mode e costumi, senza per questo sentirmi in difetto.
    Ma come trasmettere questo prezioso bagaglio ai figli, visto che capiranno il nostro sforzo solo dopo diversi anni? La tua difficile missione di madre si pone un fine nobile e spero tu riesca a barcamenarti all’interno delle insidie dell’odierna società. Faccio il tifo per te! Da parte mia, se tutto andrà per il meglio, tra qualche mese mi troverò a dovermi rimboccare le maniche nella difficile scalata verso il raggiungimento degli stessi obbiettivi che tu stessa ti sei posta, visto che solo allora diverrò padre per la prima volta. Incrociamo dunque le dita…
    Ciao e grazie per essere tornata




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